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Nel settembre 2008, durante una dimostrazione di Terapie istantanee, condotta su soggetti volontari e video registrata, mi presentarono una donna di 40 anni che soffriva d’ansia, depressione, paure, fobie e attacchi di panico. I suoi problemi erano iniziati dieci anni prima quando cominciò a manifestare allucinazioni auditive, voci provenienti dall’interno del suo corpo che, col passar del tempo, si intensificarono a tal punto che dovettero ricoverarla in una clinica psichiatrica. Le voci continuarono ad assillarla, ma dopo averle somministrato una certa dose di medicamenti le voci si attenuarono.
Per nulla scoraggiato dalla gravità del caso, invitai la signora a ricordare un’esperienza del passato in cui aveva sperimentato un senso di benessere. Non appena ebbe accesso al ricordo, con una semplice manovra, ancorai1 lo stato e subito le chiesi di concentrarsi sulle sensazioni di malessere che avvertiva.
Rispose: “Non ci riesco!”.
Replicai che doveva sforzarsi, ero lì per una prova filmata, doveva quindi mostrare i disturbi di cui soffriva. Fece uno sforzo, ma non fu capace di recuperarli.
La invitai a impegnarsi, ma non fu in grado di accedere alle esperienze dolorose di cui prima della dimostrazione avvertiva sopraffazione. A quel punto, sospendemmo la prova e incontrai un nuovo volontario.
Durante l’intervallo chiesi alla donna se, per caso, le fosse ritornato il malessere.
Rispose di no, tuttavia aveva ancora una richiesta, voleva che provassi ad eliminarle un altro fastidio. Da diverso tempo la lingua le si muoveva in continuazione: prima si spingeva a destra, premendo l’interno della guancia creando un rigonfiamento visibile dall’esterno; poi si spostava a sinistra verso l’altra guancia, creandone uno nuovo, ed infine la lingua se ne andava nel mezzo delle labbra e ricominciava. Inoltre si vergognava quando i colleghi di lavoro la osservavano e notavano l’alternanza di quelle sporgenze sulle guance. Riteneva che il sintomo fosse dovuto agli effetti collaterale dei farmaci.
Dal documento che avevamo da poco filmato erano evidenti sia i rigonfiamenti che si ripetevano sulle guance sia la punta della lingua che spuntava tra le labbra.
Iniziammo, così, la seconda parte delle dimostrazioni nuovamente con la prima paziente.
Chiesi alla signora di compiere il movimento linguale in modo volontario: doveva, innanzitutto, premere la lingua sull’interno della guancia destra, poi spostarla e premere sull’interno di quella sinistra, quindi dirigerla tra le labbra e ripetere il movimento più volte fino a quando non si stancasse. Si stancò dopo circa dieci minuti, ma la invitai a rallentare il ritmo e a continuare, però questa volta doveva far rigonfiare prima la guancia sinistra, poi la destra ed infine portare la lingua al centro e verso le labbra. Si stancò dopo cinque minuti, la invitai a continuare, ma non fu in grado di portare a termine quanto richiesto.
La sera stessa partecipò alla cena organizzata dal gruppo e i presenti notarono in lei cambiamenti positivi sia nel comportamento che nella comunicazione e, soprattutto, la scomparsa dei movimenti linguali.
La stessa cosa si verificò la sera successiva durante un’altra cena, organizzata prima della mia partenza.
Al termine della serata, mentre salutavo i partecipanti, lei si avvicinò e disse: “Mi hai salvato la vita”. Feci un sorriso e replicai: ”Se dovessero riemergere i problemi, non esitare a telefonare”.
Dopo una settimana arrivò la prima chiamata. Si sentiva un po’ ansiosa e chiedeva cosa poteva fare per lenire quel senso d’incertezza che la rendeva inquieta. Le consigliai di immaginarsi nel futuro, in un momento immediatamente successivo allo stato di ansia; da lì, osservarsi nel presente e verificare di quanto il disagio si affievolisse. Infine, le feci ripetere l’esercizio fino alla scomparsa della sintomatologia.
Passarono alcuni giorni e telefonò nuovamente, questa volta le serviva un rimedio per alzarsi dal letto, avrebbe voluto fare tante cose, svolgere, ad esempio, qualche lavoro domestico, ma non ne aveva voglia, secondo lei anche il senso di astenia era causato dalle medicine. La invitai a sfidare i farmaci, per sapere se vinceva lei oppure le medicine. Accettò la sfida: si alzò, lavò i piatti e accomodò la casa.
Un altro giorno, lavorammo sull’insonnia, avrebbe tanto desiderato dormire, ma le sembrava impossibile, allora, le feci provare una tecnica di rilassamento e non appena avvertì della sonnolenza consigliai di ripetere l’esercizio da sola e nei momenti in cui ne aveva bisogno.
Successivamente chiamò affinché l’aiutassi a rimuovere delle paure. Aveva la fobia di prendere l’autobus e quella di uscire da sola. Le insegnai la tecnica della guarigione rapida delle fobie2 e la guidai nella pratica della metodica.
La signora migliorava giorno dopo giorno, allora, pensò di eliminare i farmaci, prima però chiese il mio parere. Risposi che non ero un medico e non potevo esserle d’aiuto, ma poteva valutare, in modo autonomo, le modalità di riduzione o sospensione dei farmaci. Mi ringraziò per il consiglio e mi salutò.
La settimana successiva fece sapere che era contenta, aveva eliminato tutti i farmaci, tranne quello che serviva per controllare le voci, però aveva accusato certi sintomi, probabilmente, dovuti a crisi di astinenza, quindi li aveva riassunti, ma con dosaggio inferiore. Replicai che doveva regolarsi da sola, valutare le competenze acquisite e frazionare i medicinali secondo le esigenze.
Più tardi mi informò che era riuscita ad eliminare la maggior parte dei medicamenti senza accusare molti fastidi. Le consigliai di sospendere, temporaneamente, anche quelli per tenere a bada le voci in modo da intervenire direttamente su esse.
Sospese la cura per qualche giorno e appena le voci accrebbero di tono mi telefonò.
Domandai che tipo di voci sentisse. Rispose: “Voci che canticchiano!”.
La invitai a chiedere se fossero disposte ad abbassare il volume.
Dopo un po’ le voci si attenuarono e la salutai.
Il giorno successivo richiamò perché erano tornate le voci, domandai da dove provenissero, rispose che arrivavano da dentro la sua testa, nella parte alta della fronte.
La invitai a chiedere alle voci se volessero parlare. Riferì, sorpresa, che le voci avevano risposto di sì. Allora domandai alle voci se avevano intenzione di farla guarire. La donna replicò che le voci avevano detto: “Sì, NO”.
Cambiai discorso e domandai se ci aiutavano a scegliere i numeri da giocare a lotto. Riferì che avevano risposto di Sì.
Attesi i numeri.
La signora riferì che avevano detto: “2, 3, 7, 11, 17”.
Domandai quanto potevamo vincere.
Risposero: ” Due miliardi”.
Pensai che si riferissero alla vecchia lira, quindi non sembravano molto aggiornate.
Feci chiedere ancora se dovevo giocare anche io; le voci risposero di No.
La paziente confessò che non sapeva che si poteva fare anche questa cosa. Replicai che erano in molti a non saperlo. Per chiudere la conversazione consigliai di invitare queste ad abbassare il volume. Le voci diminuirono d’intensità e chiudemmo la comunicazione.
Nella serata, le voci si fecero sentire più rumorose del solito e la signora chiamò ancora una volta.
Chiesi alle voci se avessero intenzione di smetterla, la signora riferì che avevano risposto: ” Fatti i fatti tuoi!”.
Domandai, allora, se volessero comunicare solo con lei, la signora replicò che avevano detto: ”No, Si”.
Le risposte multiple facevano pensare all’esistenza di più voci, infatti, quando invitai la signora ad accertarsene, mi informò che ne erano tre.
Chiesi cosa facesse ognuna e le voci le risposero: “ Sì, No, Non so”.
Consigliai alla donna di ascoltare i suoni che giungevano dall’ambiente esterno. Ribatté che non c’erano rumori nella sua stanza. Pretesi, a quel punto, che doveva essere lei a crearli e ascoltare attentamente tutti i trambusti che riusciva procurare.
Immediatamente le voci cessarono.
Le spiegai che i suoni provenienti dall’esterno percorrono le stesse vie neurali di quelli proveniente dall’interno, quindi, si annullano a vicenda; la stessa cosa valeva per le sensazioni. Il prurito, ad esempio, è una sensazione interna che si neutralizza con il grattamento (una sensazione esterna) e il trattamento non deve essere protratto nel tempo, a volte bastano poche applicazioni. Ad un certo punto intervennero le voci: “ Ha capito tutto!”. A quel punto, salutai sia la signora sia le voci.
Il giorno successivo le voci tornarono, allora cercai di capire se avessero intenzione di aiutare la paziente, ma lei comunicò che avevano risposto: ”No, sì, fatti i fatti tuoi”.
Pretesi, pertanto, che le voci si accordassero per dare una risposta univoca. Dopo un po’ le voci imposero alla signora di prendere nuovamente le medicine. Ma lei non voleva assumerle. Allora cercai di mediare un accordo domandando che cosa doveva fare la signora affinché loro se ne andassero per sempre.
Le risposero: “ Devi smettere di fumare!”.
Fui d’accordo con le voci e feci sperimentare alla signora una tecnica ad oc: la “scozzata” 3.
Dopo alcuni giorni mi informò che aveva smesso di fumare e che le voci erano scomparse.
All’inizio di novembre 2008 mi mise al corrente che si sentiva bene, ma non poteva andare a trovare il fratello, come avrebbe desiderato, perché aveva paura di prendere l’autobus (ricordavo di aver trattato quella fobia, ma forse la tecnica non aveva funzionato). Purtroppo dovevo uscire e non potei farle sperimentare nuovamente la metodica.
Il giorno seguente telefonò per informarmi che era andata a far visita al fratello, aveva preso il pullman, senza accusare angosce e sensi di soffocamento. Inoltre non fumava e non sentiva più le voci.
Oggi 29 novembre 2008, ore 15.02, ha chiamato la signora per farmi sapere che tutto procede bene. Sia il marito sia i colleghi di lavoro hanno notato in lei miglioramenti evidenti. Infine, ha specificato che non sentiva più le voci e che stava eliminando quasi tutte le medicine.
All’inizio di novembre 2008 mi mise al corrente che si sentiva bene, ma non poteva andare a trovare il fratello, come avrebbe desiderato, perché aveva paura di prendere l’autobus (ricordavo di aver trattato quella fobia, ma forse la tecnica non aveva funzionato). Purtroppo dovevo uscire e non potei farle sperimentare nuovamente la metodica.
Il giorno seguente telefonò per informarmi che era andata a far visita al fratello, aveva preso il pullman, senza accusare angosce e sensi di soffocamento. Inoltre non fumava e non sentiva più le voci.
01.12.2008, ore 14 e 45 minuti.
Ho appena ricevuto la telefonata della paziente. Ha confermato che sta bene, non sente più le voci nonostante non assuma più farmaci.
L’unico medicamento che usa consiste in una compressa che le serve per facilitare il sonno.
06.12.2008, ore 14.35.
Ha telefonato la signora: è felice; inoltre, ha perfino preso il tram e se ne andata in giro per la città.
Tratto dal mio ultimo libro "Gi sconvolgenti effetti terapeutici della semplificazione del pensiero" di imminente pubblicazione per il Gruppo Editoriale L'Espresso S.p.A.
Elia Tropeano
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